Le perle della Polinesia

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Le perle della Polinesia © Andrea Lessona

Le perle della Polinesia © Andrea Lessona

Sulla riva di Rangiroa, le mani a conchiglia di una donna cullano le perle della Polinesia: brivido prezioso che scivola via sul velluto della sua pelle giovane come un desiderio irraggiungibile.

Troppe per essere comprate tutte, poche per raccontarne i milioni di esemplari coltivati qui, alla Gauguin’s Pearl, la fattoria perlifera nata sul più grande atollo delle Isole Tuamotu negli anni 90.

È da allora che piccole ostriche sono messe in mare. La sua balia e i coltivatori le fissano ai supporti di legno immerso per allevarle sino a maturità. Poi, dopo tre anni, vengono riportate in superficie dai pescatori.

Un esperto inserisce una sfera nelle gonadi dell’animale, e un pezzetto di madreperla di un’altra ostrica. Greffeurs, li chiamano: trapiantatori di vita e colore che creano le perle della Polinesia.

Trascorso il periodo minimo di gestazione, 18 mesi di nuovo in acqua, solo 25-30 ostriche su cento generano il gioiello tanto atteso. Pochi i gusci aperti uno a uno in cui trovare il tesoro grezzo da trasformare in orecchini, braccialetti e collane.

Occhi e mani abili iniziano a scegliere le migliori perle della Polinesia. A decretarle tali incidono diversi fattori: primo fra tutti la grandezza – più l’esemplare è grande, più è pregiato.

Un altro aspetto è il colore: dal nero sino ad alcuni rari o alla moda che ne fanno aumentare il prezzo come il rosa, il verde l’azzurro. Anche la forma è elemento essenziale: più son sferiche, più son preziose.

Lustro oriente è il riflesso con cui le perle della Polinesia rifrangono la luce: il lucido è sinonimo di pregio, l’opaco meno. Ultimo fattore è la superficie: poche imperfezioni, maggior valore per regalare emozioni a chi le indossa.

Sulla riva di Rangiroa, le mani a conchiglia della donna cullano un sogno: sul velluto della sua pelle giovane c’è solo il mare.

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